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Acqueforti di Buenos Aires
Scritte nel 1933 le "Acqueforti di Buenos Aires" raccolgono immagini e percezioni della metamorfosi della capitale argentina in metropoli moderna. Arlt richiama nel titolo la stupefacente esattezza e la portata narrativa delle piccole acqueforti in voga nel Seicento, a opera di grandi pittori come Rembrandt: il linguaggio asciutto e il registro essenziale rendono alla narrazione la stessa sottile stilizzazione e l’attenzione ai particolari. Borseggiatori, mendicanti, oscure presenze e gente comune formano un affresco a tinte forti in cui Arlt mette in dubbio la necessità e le modalità della modernizzazione: l’arrivo della corrente elettrica, il telefono, gli edifici nuovi che non riconoscono più a quelli vecchi alcuna funzione pratica né decorativa, ridotti a ruderi di un passato che si rifiuta di essere cancellato, ma che pare non voler prendere parte alla costruzione del futuro. Con accenti talvolta grotteschi Arlt applica lo “sguardo dell’outsider”; lucido, addolorato e ironico insieme, osserva il corpo stesso della città, che si fa essere pulsante, e nella sua trasformazione inghiotte e sputa parti di materia che lo circondano e che ne costituiscono l’essenza più vera. Sofferenze, ottimismo, ricchezza e povertà, i profondi mutamenti dell’inizio del secolo, echi della cultura europea. La “vita dello spirito” di una popolazione cittadina che sente il terreno franare sotto i piedi e si aggrappa a una spensierata serietà che talvolta rischia di rendere la vita meno luminosa di come potrebbe essere, ma ancor più interessante da raccontare, perché quello che conta per lo scrittore è «stare nell’anima di tutti, assieme a tutti. Da qui la grande allegria: sapere di non essere solo».
Acqueforti di Buenos Aires
La prima generazione incredula
"Perché il messaggio di felicità che Gesù ha portato sulla terra non fa più breccia nel cuore dei giovani? Perché i nostri ventenni stanno alla larga dalle pratiche di fede e di preghiera? Dove sono finiti le ragazze e i ragazzi delle GMG?Di fronte a tale situazione e più in generale all'irritualità che segna molti comportamenti giovanili, ci si ripete solitamente che «i giovani non sono più quelli di una volta», avallando la rassicurante idea che sia «normale» il loro non essere normali. Il libro, al contrario, interroga sul serio l'inedito che il modo di vivere e di credere/non credere dei giovani manifesta. Individua così al fondo del loro cuore la ferita di un grido di speranza, in mezzo a una società che ama più la giovinezza che i giovani. è da questo grido che bisogna ripartire. Per il loro futuro, per il futuro della società, per il futuro della Chiesa."
La prima generazione incredula
Storia dello stupro
Lo stupro non esiste. L'hanno detto in tanti; una folla di tutte le età e condizioni sociali, vecchi e giovani, ignoranti e colti. Dicevano: se la donna non vuole, l'uomo non riesce a violarla. La violenza? È la donna che la cerca. Tutto ciò non è vero. L'autore, con l'aiuto delle carte di migliaia di processi, ci fa incontrare donne che hanno avuto il coraggio di portare in giudizio gli stupratori che non hanno accettato di ritirare la denuncia in cambio di denaro o del matrimonio riparatore; ci descrive uomini violenti e padri incestuosi, ma ci fa scoprire altri uomini - i parenti delle vittime - che non si vendicano uccidendo, ma ricorrono alla giustizia; ci presenta giudici - tutti uomini - che emettono sentenze sorprendenti. Pagine dense e scorrevoli che delineano una nuova storia di donne e di uomini: francesi, inglesi, sammarinesi, settentrionali, meridionali, calabresi. Una storia in gran parte sconosciuta.
Storia dello stupro
Ti amo ma posso spiegarti
Una volta, quando mi dicevano che ’sta roba non è poesia, rispondevo che anche Montale andava un sacco a capo. Non funzionava. Poi mi son convinto che non è poesia. Più che altro mi ha convinto il mio commercialista. Qui dentro ci sono 47* cose andate molto a capo. Con tutta probabilità è poesia. Secondo me spacca. * 47 è un numero fittizio, avremmo dovuto contarle, ma nessuno ne aveva voglia.
Ti amo ma posso spiegarti
Piccolo galateo dello studente universitario
«Ciò che potrebbe parer frivolo, cioè in communicando et in usando con le genti essere costumato et piacevole et di bella maniera, è o virtù o cosa molto a virtù somigliante».Così scriveva Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo.L’apparenza, però, non è non può divenir sostanza, come insegnava già Socrate. Affetti e cultura veri non sono mai nati da modi compiti e citazioni azzeccate. Però le pur vituperate regole ci accompagnano e persino difendono ogni giorno tra i nostri simili. Se le conosciamo, possiamo decidere di violarle; ignorandole riusciamo solo goffi.Con molto humour, questo volumetto offre suggerimenti per migliorare il proprio modo di presentarsi e comunicare.
Piccolo galateo dello studente universitario
Seppellitemi dietro il battiscopa
Saša ha nove anni ma è destinato a “marcire” prima di averne sedici, secondo la profezia della nonna, la furibonda Nina Antonovna. Non può sudare, togliersi la calzamaglia di lana ruvida, tirare l’acqua nei gabinetti pubblici: ci sono in agguato stafilococchi aurei e bronchiti recidive, come sentenzia la nonna. Da quando sua madre si è innamorata di un pittore basso e squattrinato, il “nano succhiasangue”, Saša è finito sotto la tutela di Nina Antonovna, che lo ama ma lo ricopre di cure ossessive e insulti – mentre lui sogna le rare visite della madre e custodisce in una scatola segreta tanti piccoli tesori che vengono da lei, una “biglia-mamma” e un chewing-gum masticato. Saša ci racconta questa tragicomica infanzia senza innocenza nella Russia degli anni ’70, in un irresistibile romanzo d’esordio divenuto un libro di culto per molti ex bambini sovietici.
Seppellitemi dietro il battiscopa

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